Comune di Magnano in Riviera

Storia

 
La preistoria
 
Il primo insediamento umano, nelle zone limitrofe a Magnano in Riviera, Gemona, Buia e Tarcento, risalgono all'età neolitica, del bronzo e del ferro dove sono stati trovati alcuni reperti archeologici. In realtà nella vera e propria zona che oggi corrisponde a Magnano in Riviera non abbiamo documenti che ci attestano insediamenti umani. Il passaggio che porta questo territorio ad acquistare una certa rilevanza è quello tra la protostoria e la storia.
 
L'epoca romana
 
Questo è il grande salto di qualità che la Roma repubblicana impone a questa terra, quando il senato stabilisce la denominazione della colonia di Aquileia. Nata con intenti militari, essa porta la cultura latina, che assorbe ed integra le tracce delle culture precedenti e che fa, per secoli, di questa regione " uno dei maggiori poli di romanità in tutto l'arco alpino orientale, pio il centro principale di irradiazione del cristianesimo ". La salda mano dell'amministrazione romana, col vigore di leggi ed istituzioni che le sono proprie, segue lo sviluppo di questa zona, che validamente inserisce nel tessuto connettivo del suolo italico. Per Magnano in Riviera la luce della civiltà, dunque, arriva con Roma. In particolare la centuriazione e viabilità sono per noi le due strutture romane che, debitamente esaminate, ci portano a meglio comprendere le origini civili di Magnano in Riviera.
 
La centuriazione romana
 
La centuriazione è la divisione agraria in lotti uniformi, squadrati da strade parallele e perpendicolari che si intersecano tra loro, che permette, mediante assegnazione di detti lotti ai coloni, la riduzione a cultura e lo sfruttamento agricolo dell'agro circostante un impianto urbano. Magnano in Riviera è posto chiaramente in una seconda fascia di colonizzazione, confinante a sud con l'attuale Tricesimo, avvenuta in una fase di espansione di Aquileia successiva alla colonizzazione iniziale. Circa nel 50 a.c., per motivi protettivi contro le popolazioni D'OLTRALPE, Aquileia decide il rafforzamento dell'antico insediamento dei Carni nei monti, dando vita a Iulium Carnicum (attuale Zuglio). Con la conquista del Nordico, nel 35 a.c., Iulium Carnicum si espande come importante capitale montana del vasto territorio che comprende anche il Cadore e colonizzando le campagne più pianeggianti, dove si trova anche Magnano. Il periodo tardo - repubblicano e poi l'augusteo vedono quindi nascere nella regione, nuove città e nuove strade. Per quanto riguarda la viabilità antica, gli storici sono molto discordi sul tracciato dei percorsi stradali della zona che ci interessa; ma, tra le tante ipotesi la più accettabile è la seguente: ossia che Magnano si trovi leggermente emarginata rispetto al grosso nodo stradale formato dalla "via per compendium" proveniente da Iulia concordia (attuale Concordia). Abbiamo visto che la Magnano in Riviera dell'antichità è legata a Iulium Carnicum, dalla cui amministrazione dipendeva; la sua maggior vicinanza con l'altra importante città romana, Forum Iuli (Cividale), non deve farci pensare a un rapporto di dipendenza da questo municipio che, rispetto a Iulium Carnicum, rappresentava solo l'amministrazione del territorio del confine Est.

L'epoca tardo-antica

In epoca tardo - antica, il terrore delle orde delle popolazioni in transito verso Roma indebolita, impose agli abitanti un atteggiamento di difesa. Per opporre una valida resistenza alla minaccia frequente e grave dei popoli invasori, in tutta l'Italia Settentrionale dall'età tardo - antica in poi sorge una rete di fortificazioni. Compaiono così le "chiuse" a sbarramento dei principali solchi vallivi e un sistema di torri di avvistamento ad esse legato. Dev'essere allora che entra in gioco il colle che, col nome successivo di Prampero, significante anche un castello medioevale e una famiglia, per secoli sovrasterà come protagonista le più antiche località antiche della zona. Grazie a studi e a scavi archeologici oggi sappiamo che la strategia di difesa aveva realizzato nel corso degli anni un intero sistema di fortificazioni che muniva di castra o castella le alture sovrastanti le strade romane. Ai grandi centri di fortificazioni vengono affiancati centri minori, che dovevano completare le linee principali di arroccamento nei punti di maggiore interesse strategico, a guardia delle maggiori vie di penetrazione e di transito lungo tutto l'arco delle Alpi Giulie . Tra queste vie, a noi interessa considerare la strada tra Forum Iuli (Cividale) ed Artegna. Non è più un raccordo per transiti e commerci dei tempi di pace, essa è via di difesa militare, attestata com'è ancora da vestigia di castelli eretti sulle alture che la fiancheggiano. Di essi, la storiografia locale considera solo quelli di Artegna e Nimis, perché con reperti archeologici hanno reso testimonianza della loro origine romana.

Una torre

Ma se esaminiamo il percorso della strada di Artegna e Nimis, incontriamo anche l'altura di Prampero, che non solo è ancora località castellana, ma geograficamente è un punto necessario per dare continuità alla linea difensiva a protezione della pianura di Aquileia, da Cormons alla via del Nordico. Se su questo colle all'epoca non c'era forse un forte, possiamo ipotizzare che, al fine delle comunicazioni tra castrum e castrum, ci fosse almeno una torre di segnalazione luminosa.

Pieve e castelli

In questo periodo le invasioni si susseguono, il potere romano si sgretola e, per l'amministrazione capillare del territorio, su di esso si innesta l'organizzazione ecclesiastica. Nel IV secolo infatti, l'evangelizzazione parte dal centro episcopale di Aquileia, s'irradia lungo il sistema viario romano e raggiunge, per il territorio che a noi interessa, il municipio di Iulium Carnicum (Zuglio), che diventa sede di un Vescovo. Il cristianesimo, l'evangelizzazione estendendosi anche nelle campagne, da religione di élite diventa religione di massa; sorgono pertanto le prime comunità cristiane del contado, che mettono in atto forme originali di organizzazione ecclesiastica dell'agro. Adesso, e per i secoli che vanno fino al Mille, due saranno i poli di riferimento per le popolazioni delle zone agricole o montane, la pieve e il castello. Entrambi, eretti in punti strategici, in alcuni casi l'una facente parte integrante dell'altro, adempiranno al bisogno di protezione fisica e di conforto psicologico, suggerito dalle contingenti condizioni di insicurezza. Già dal V secolo possiamo pensare che il contado di Magnano, abbia trovato ancora in Iulium Carnicum e nel suo vescovo, non più nei magistrati di Roma, la somma autorità locale, mentre per quello che riguarda le politiche della sua vita religiosa, battesimi, sepolture e celebrazioni liturgiche, esso dovesse far parte di una pieve. Se fino al 1817 la mansione di cura d'anime dei fedeli delle ville di Magnano, Billerio, Pramperi e Bueriis fu esercitata dalla Pieve d'Artegna, si può ipotizzare che la prima comunità evangelizzata di questo contado convenisse nella Pieve di S. Martino, situata sul colle di Artegna. Ciò farebbe presupporre a una relativamente tarda organizzazione di una comunità cristiana della zona, in quanto la fondazione della Pieve d'Artegna risulta essere successiva all'invasione Longobarda.

Emigrazione friulana

C'è stato un periodo troppo lungo in cui l'emigrazione friulana veniva assurdamente definita "una tendenza quasi innata nel popolo friulano", mentre in realtà ha costituito fin dal suo nascere, come tra livello di sussistenza e popolazione, la causa principale se non unica, del sottosviluppo di questa zona di confine, con uno squilibrio cronico tra offerta e domanda di lavoro, che non è stato certo una fatalità, quasi ci fossero popoli e terre, come il Friuli, condannati alla miseria eterna, ma solamente la mancanza di condizioni che, ove non esistono, possono essere create come potenzialità da sfruttare o sostituire con alternative che ogni saggia politica economica, quando vuole, sa mettere in atto. E' possibile affermare che, nell'arco della memoria di una generazione, non c'è una sola famiglia friulana che non abbia o non abbia avuto rapporti con l'emigrazione. Le migrazioni di manodopera, sviluppatesi in notevoli proporzioni dopo la rivoluzione industriale, sono fatti vincolati ai sistemi economici, fondati sull'economia di mercato e sulla libera circolazione dei fattori della produzione. Le prime testimonianze storiche di una notevole emigrazione stagionale friulana ci vengono dalla seconda metà del secolo XVI con Jacopo Valvasone di Maniago, che afferma una diffusa partenza dalla Carnia. Nel 1587 l'ambasciatore veneto Pietro Zen riferisce che nella città di Vienna ce n'è 3.000. Verso la fine del Cinquecento, Fabio Quintiliano Ermacora testimonia che dalla Carnia. E' con l'affermarsi dell'amministrazione austriaca che il fenomeno migratorio interessa tutto il Friuli storico anche se con punte accentuate in alcune zone maggiormente depresse. Verso la metà dell'800 siamo all'inizio in tutta Europa di quel grande movimento che realizza le grandi opere pubbliche ( scuole, ospedali, caserme),di costruzioni stradali e ferroviarie, di fabbricati industriali di ogni tipo. In questi anni l'emigrazione friulana sarà caratterizzata da un esercito di muratori, scalpellini, fornaciai, mentre cadevano le tradizionali professioni del tessitore, del mugnaio o del panettiere. L'emigrazione continuò a rivolgersi preferibilmente verso i Paesi dell'Impero austro - ungarico, dell'Europa in genere e del Bacino mediterraneo: terrazzieri e mosaicisti in Francia, scalpellini in Russia, a Pietroburgo e Sebastopoli; boscaioli e muratori in Romania, Serbia e Bulgaria. A partire dal 1876, l'orientamento delle partenze si rivolge verso i Paesi dell'America meridionale: su larga scala soprattutto verso l'Argentina, con intere famiglie che operano una specie di decimazione di alcuni paesi friulani. Fra il 1877 e il 1879, circa 600 famiglie friulane di piccoli proprietari, rovinati dai cattivi raccolti, di coloni e di braccianti, presero il mare, attratti dalle promesse delle agenzie di colonizzazione, o da rappresentanti di compagnie di navigazione, spesso con l'aiuto di autorità consolari. Dopo la paralisi provocata dalla prima guerra mondiale, ci si trovò in condizioni economiche disastrose per un Friuli che era stato, per l'intero periodo di guerra, teatro di distruzioni, di abbandono e di saccheggio. E continua l'emigrazione friulana, il così detto Friuli nel Mondo, con diversi caratteri quantitativi e qualitativi e diverse direttrici. Francia, Lussemburgo, Paesi Bassi avevano bisogno di manodopera per le miniere e il relativo benessere dei paesi transoceanici trovò ottima occasione nel Friuli come domanda di forze di lavoro. Si partiva dai nove anni in su, e raggruppati sotto la sorveglianza di uomini che potevano essere definiti brutalmente come autentici mercanti di adolescenti, per raggiungere le fornaci della Baviera: viaggi a piedi anche dopo l'avvento delle ferrovie, per risparmiare, tanto il tempo prima dell'inizio della stagione non aveva alcun valore. Si portavano addosso gli strumenti del proprio mestiere, zappe, badili, scuri e segoni, martelli, scalpellini, cazzuole e perfino la carriola. Sedici ore al giorno per tutti: se il lavoratore tedesco riusciva a produrre mille mattoni al giorno, il friulano con nuove tecniche e senza smettere se non per qualche momento dedicato alla polenta ne stampava perfino sei o settemila. Soppiantavano tirolesi, boemi, croati. Altrettanto per il lavoro dei boscaioli, muratori e tagliapietre. Un manovale di Pielungo, Giacomo Ceconi diventò alla fine dell'Ottocento il più grande costruttore di ferrovie degli Asburgo. Lubiana, dopo il terremoto del 1898 fu ricostruita da due impresari friulani di Moggio, Treu e Faleschini; la città di Badgastein fu costruita quasi interamente da muratori friulani, così come molti ponti sul Danubio, palazzi a Mosca e a San Pietroburgo. Certo, dopo il secondo conflitto mondiale, le condizioni cambiarono: l'aggravato squilibrio fra popolazione e produzione derivante dalle devastazioni belliche, dalle spogliazioni operate dai vari eserciti nell'ultima fase delle operazioni militari, stimolò in maniera inevitabile un nuovo esodo. Francia, Belgio, Lussemburgo, Germania Occidentale e Svizzera accolsero lo sciamare di quasi due generazioni di friulani, costretti a fuggire dai bassi redditi e dalla quasi assoluta mancanza di alternative. Da questa terra, con una dispersione alle spalle che conta un altro Friuli cresciuto in Europa, nelle Americhe e in Australia, non si parte più. L'emigrazione praticamente è finita come fenomeno di ricerca di un posto di lavoro per costruirsi la vita. Le centinaia di migliaia di friulani emigrati in tutti i continenti, anche come discendenti dei padri partiti dal Friuli un secolo fa, sentono e fanno sentire questa "domanda di cultura", forse anche più di quelli rimasti nella piccola patria. La vita delle centotrentadue comunità friulane organizzate in ogni continente, in questa "domanda di cultura", hanno ormai operato una scelta che orienta non soltanto l'interno della loro attività associativa, ma anche e soprattutto i loro rapporti con la terra di origine. Riscoprire la propria identità, ritornare alle origini, reinventare una comune solidarietà etnica, costituisce oggi per le comunità friulane emigrate un programma fondamentale.

Terremoto del 1976

Il 6 Maggio 1976 alle ore 21:01, una scossa tellurica del 10° grado della scala mercalli, con epicentro il monte S. Simeone presso Venzone, nel giro di 59 secondi sconvolge, con lutti e rovine, oltre il 60% del territorio regionale, interessando oltre mezzo milione di abitanti. Circa quattro mesi e mezzo dopo, il 15 settembre del'76 alle ore 11:22 un ulteriore scossa, della stessa intensità della precedente mette definitivamente in ginocchio una zona già lacerata. Al tragico bilancio di circa 1.000 morti e di altri 3.000 feriti, si aggiunsero circa 13.000 sfollati dopo il 6 maggio e 32.000 in seguito al sisma di settembre. Anche dal punto di vista economico, ci furono gravissime ripercussioni; 6.500 furono le imprese coinvolte nei disastrosi effetti del sisma, gravemente danneggiato l'80% del patrimonio edilizio, danni ingenti nel settore agricolo, in quello sociale e al patrimonio artistico. Un'intera zona, ma di riflesso tutta la regione, subisce un improvviso arresto: si tratta di un'area che , per uno sottosviluppo antico e un'economia caratterizzata da un malessere cronico, era appena in quegli anni settanta, in via di decollo. A Magnano i morti furono 39 e più di 200 i feriti, inoltre il patrimonio edilizio subì un alto grado di distruzione. L'amministrazione comunale non aveva strumenti di difesa contro una tragedia che, per alcuni aspetti, si era rilevata un'autentica sfida per un popolo. Non li avevano nemmeno lo Stato e la Regione in cui il Friuli vive: nessuno aveva, nemmeno ipotesi di difesa. Superati però i primi momenti di sconcertante e disumana paura, si innesta, giorno dopo giorno, un processo di reazione, anche se le case sono crollate, e nasce la solidarietà comunitaria che coinvolge, in un unico sforzo, colpiti e soccorritori. L'esercito, le tendopoli, i centri di raccolta per aiuti di ogni genere, lo sgombero delle macerie, il controllo igienico-sanitario, gli alpini: sono il segno di un'immensa solidarietà nazionale ed internazionale che non potrà essere dimenticata. In particolare non potranno essere dimenticati i 7.450 giorni, per complessive 67 mila ore, degli alpini in congedo di Vicenza, Asiago, Marostica, Bassano del Grappa, Padova, Venezia, Valdobbiadene e Aosta. E' stata una stupenda, volontaria naia, una meravigliosa riconferma che parlare degli alpini significa dire di genti che portano nel sangue le esperienze di una generosità senza misura, di una solidarietà umana che si pone come esempio di convivenza civile. Alla chiusura del primo cantiere, l'undici settembre mentre la terra ricomincia a tremare, il sindaco Piccoli vorrebbe poterli trattenere ancora. Settembre, come detto vanifica molte speranze e gran parte del lavoro fatto durante l'estate. E' il momento triste dell'esodo verso la costa (Grado e Lignano) e del piano dei prefabbricati. Per il reperimento delle sei aree destinate agli insediamenti abitativi provvisori, l'amministrazione comunale ricalca, per la maggior parte, ambiti già previsti come zone di nuova edificazione in lottizzazione preventiva. A Magnano i primi 2 anni sono stati dedicati alla preparazione di strumenti, di piani, di individuazioni geografiche, di prospezioni e di verifiche geologiche e di metodologie da adottare. L'amministrazione comunale provvede, innanzitutto, ad assoggettare a pianificazione tutti i borghi. Già nel 1976, a Magnano sono erogati 750 milioni per gli interventi di riparazioni delle case non irrimediabilmente danneggiate. Naturalmente, l'imprevedibile ripresa tellurica del settembre interrompe i programmi di riatto. La grande solidarietà nazionale e internazionale, di cui si è fatto cenno e che probabilmente non ha precedenti, fa si che a Magnano la Croce Rossa internazionale costruisca il prefabbricato ora adibito a scuola materna, la Charitas austriaca ne doni uno per analogo servizio a Bueriis mentre la provincia provvede alla costruzione delle nuove scuole elementari di Magnano. Quelle di Bueriis, invece, vengono riparate ed ampliate grazie alla solidarietà della comunità di Saronno. La comunità di Saronno dona, pure, una palestra che trova opportuna ubicazione nell'apposita area sportiva a metà degli anni '70 individuata ed attrezzata, così come la Provincia di Pesaro rende disponibile il prefabbricato Pica, ora provvisoriamente adibito a sala consigliare e sede delle associazioni. Un accenno è, pure, dovuto al ruolo che, in questo periodo, svolge la comunità montana tarcentina per quanto riguarda il servizio di assistenza agli anziani, la collaborazione tecnica dell'ufficio di piano e l'organizzazione del servizio di raccolta dei rifiuti solidi urbani. Agli inizi del 1981, viene inaugurato il Centro abitativo per anziani intitolato al già vice presidente degli Stati Uniti d'America, Nelson Rockefeller. Costruito dall'Associazione Nazionale Alpini con fondi donati dal governo e dal popolo USA, questo edificio, di circa 2.450 metri quadrati, è utilizzato solo parzialmente.